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Materiale Consacrazione

INTRODUZIONE: TRA STORIA E METAFISICA – Padre Alessandro M. Apollonio, FI

Un Simposio sulla consacrazione alla Santissima Vergine Maria, per celebrare i 50 anni della Consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria, da parte dei Vescovi italiani: iniziativa congrua e, in certo senso, anche doverosa, per la famiglia dei Francescani dell’Immacolata che della consacrazione a Maria ha fatto il primo dei suoi voti religiosi, la propria ragione d’essere ed il costitutivo formale del proprio carisma specifico.

La beatificazione di Giovanni Paolo II, avvenuta nell’interstizio di tempo che separa la fine del Simposio e la pubblicazione di questi suoi atti, ha confermato la piena cattolicità del suo piano pastorale, tutto incentrato sulla consacrazione a Maria. Chi più di lui l’ha saputa insegnare con la parola e con l’esempio di vita? Totus tuus di nome e di fatto, ha spalancato le porte del mondo a Cristo, attraverso la Vergine Maria. La via della bellezza, la via della misericordia, la via della Chiesa, la via di Maria: extra Ecclesiam nulla salus, extra Mariam nulla Ecclesia. La Chiesa è stata generata e continua a vivere in Maria. Ella è la Madre della Chiesa nascente a Pentecoste, e sempre rinascente nel corso della storia fino alla fine dei secoli, rinnovata dallo Spirito Santo, in cammino verso la Gerusalemme celeste. Non ci sarà rinnovamento pastorale della Chiesa se non nella linea della consacrazione di tutti e ciascuno al Cuore Immacolato di Maria. Questo ci sembra, in buona sostanza, l’imperituro messaggio  del novello Beato.

Chi pensa alla consacrazione a Maria, pensa subito a Fatima, al beato Giovanni Paolo II e al crollo del comunismo sovietico (9 novembre 1989). E non sbaglia, perché questi eventi sono la cifra della potenza di grazia sprigionata nel mondo dalla consacrazione mariana del 25 marzo 1984, in adempimento all’esplicita richiesta della Vergine Santissima al Santo Padre e a tutti i Vescovi del mondo, per il tramite della veggente suor Lucia dos Santos (Tuy, 13 giugno 1929). In genere non si pensa, invece, che ancor prima delle rivelazioni private di Fatima, la consacrazione a Maria ha profonde radici nelle fonti della Rivelazione pubblica. Bibbia, Padri, Liturgia, sono concordi ad assegnare alla Vergine un ruolo centrale e decisivo per la vita di ciascun fedele e di tutta la Chiesa. Sia nei suoi albori, sia nel suo progredire verso l’escaton, la Chiesa tende a realizzare in sé quella perfezione che già risplende pienamente nella Vergine Maria. L’esempio di Cristo e dei Santi che fedelmente l’hanno seguito dimostra, d’altra parte, che non ci si può consacrare perfettamente a Dio, se non per le mani ed il Cuore della Tutta Santa. La consacrazione dell’umanità di Cristo avvenne nel grembo di Maria, come nella più splendida delle cattedrali viventi. Da allora, per analogia, le più belle cattedrali della cristianità sono dedicate a Maria.

Consacrarsi a Maria significa offrirsi totalmente a Dio attraverso il mezzo più perfetto, il Cuore Immacolato di Maria, in cui tutti gli uomini diventano figli di Dio, ciascuno nel proprio ordine: il Primogenito trova in Maria la grazia dell’unione ipostatica, la moltitudine dei suoi fratelli trovano in Maria la grazia dell’adozione salvifica. Tutto questo non è altro che consacrarsi a Dio, nel grembo di Maria.

Come nell’ordine naturale degli enti, il particolare include formal­mente l’universale, così, per analogia, nell’ordine soprannaturale l’inferiore include il superiore, la Madre umana in­clude fisicamente il suo Figlio divino. E come per conoscere l’universale ci si volge al partico­lare, così per conoscere Cristo, bisogna guardare a Maria. Chi guarda Maria con gli occhi di fede, vede Gesù, e chi vede Gesù vede il Padre (cf Gv 14,9).

La nozione stessa di “Immacolata Madre di Dio”, include formalmente la relazione di Maria a Cristo, il Figlio di Dio che l’ha redenta sublimiori modo, e l’ha voluta per Madre e Mediatrice della grazia. Ella è, infatti, “tutta relativa a Dio” (san Luigi M. Grignion de Montfort). Poiché Maria è una mediatrice “inclusiva”, perché ci conduce ad un Dio che le è immanente per natura (quella di Cristo suo Figlio), grazia (Immacolata) e gloria (Assunta), l’atto con cui ci si consacra a Maria include implicitamente l’atto con cui ci si consacra a Dio. In modo simile, l’atto di venerazione con cui si recita l’Ave Maria include formalmente l’atto di adorazione verso “il frutto del suo grembo, Gesù”. L’espressione icastica e teologicamente più pregnante di questa verità, è la recita del Santo Rosario davanti al Santissimo Sacramento solennemente esposto (cf CCDS-CDF, Istr. Redemptionis Sacramentum, 25 marzo 2004, n. 137): venerazione ed adorazione s’intrecciano mirabilmente tra loro nella semplicità di un unico atto cultuale. Dal punto di vista metafisico, tuttavia, l’oggetto specifica l’atto (cf per es. Beato G. Duns Scoto, Prologo dell’Ordinatio, pars V, q. 2); se l’oggetto è tutto relativo a Dio, lo sarà anche l’atto conforme a quell’oggetto. Se oggetto della consacrazione è Maria, la quale è tutta relativa a Dio, anche l’atto di consacrazione a Lei sarà totalmente relativo a Dio. Dio, invece, non è relativo a nulla, è l’assoluto cui termina ogni umana mediazione.

Consacrarsi a Maria, come alla “creatura che ci consacra più perfettamente a Dio” è, dunque, ad un tempo atto di iperdulia verso Maria e di adorazione verso Dio. Lo stesso atto, infatti ha due termini, uno incluso nell’altro: Maria come oggetto, e Dio come fine incluso formalmente nell’oggetto. Poiché l’atto prende il suo nome dall’oggetto e non dal fine, è pienamente giustificata l’espressione “consacrazione a Maria”, la quale include implicita­mente, ma necessariamente, la consacrazione a Dio. Se non l’includesse, almeno implicita­mente, non sarebbe vera consacrazione a Maria, ma un suo surrogato più o meno fuorviante. Così deve intendersi la mens dei due provvedimenti pontifici contro le seguenti proposizioni:

«Nessuna creatura, nemmeno la beata Vergine o i Santi, debbono soffermarsi nel nostro cuore: solo Dio infatti vuole occuparlo e possederlo» (Beato Innocenzo XI, Condanna di proposi­zioni quietiste, 18 novembre 1682, in Denz. 2236).

«La lode che si porta a Maria in quanto Maria, è vana» (Alessandro VIII, Condanna di proposi­zioni gianseniste, 23 luglio 1698, in Denz. 2326. La tesi condannata è di Adam Widenfeld).

Anche la consacrazione a Maria è nella logica cattolica dell’et et, iuxta modum, e non dell’aut aut giansenista, senza la considerazione che vi è modo e modo.

Rinnovare la consacrazione a Maria, personale e comunitaria, in una società dissacrata come la nostra: questa è la sfida dei nostri giorni. Finché l’uomo non tornerà a vivere la sua consacrazione a Dio, attraverso Maria, egli sarà un castigo per se stesso e per gli altri. Dimostra­zione storica ne è l’inferno terrestre prodotto dalle ideologie atee, secolari, del XX secolo.

La consacrazione a Maria, però, non è un colpo di bacchetta magica. Lo dimostra il fatto che, nonostante la consacrazione dell’Italia compiuta dai Vescovi italiani il 13 settembre 1959, in questi 50 anni le cose non sono migliorate dal punto della fede e della morale cattolica. Anzi, sono precipitate fino al punto che in alcune città italiane la frequenza regolare alla Santa Messa domenicale è scesa ai minimi storici del 5%. Per non parlare del divorzio che continua a dilagare distruggendo le famiglie, con danno incalcolabile delle nuove generazioni; dell’aborto che si configura sempre più come industria dell’infanticidio legalizzato; dell’omosessualismo che sta trasformando l’Occidente in una Sodoma e Gomorra, con tutto quello che c’è da aspettarsi… L’atto è stato compiuto, ma non è stato acquisito l’abitus. La consacrazione richiesta dalla Madonna a Fatima è l’uno e l’altro. Non basta gettare il seme, bisogna anche coltivarlo e difenderlo dalle spine e dai parassiti. Il seme è stato gettato, ma è caduto su un campo di cui, improvvisamente, è stato abbattuto il muro di cinta (l’inqualificabile abbandono post-conciliare dell’apologetica), ed è stato devastato dal cinghiale del bosco (“il fumo di satana” entra nel tempio di Dio, cf Paolo VI), diventato pascolo dell’animale selvatico (la frantumazione della cristianità, cf Sal 79,14). La consacrazione a Maria del ’59 è ora, per molti, solo un ricordo lontano, in un’Italia sempre più profanata e incapace di reagire al dilagante secolarismo. Il seme però non è morto; nonostante l’apparenza, portæ inferi non prævalebunt (cf Mt 16,18). Si tratta ora di farlo rinvenire, di cacciare il cinghiale del bosco e aggiustare il muro di cinta, affinché si sviluppi la pianta e porti i suoi frutti.

Il Santo Padre Benedetto XVI ha voluto rinnovare la consacrazione-affidamento dell’Italia a Maria, il 26 maggio 2011, in occasione del 150° anniversario dell’unità politica nazionale. Inutile dire che, con questo atto, il Papa non ha voluto canonizzare il modo esecrabile con cui tale unità è stata perseguita (cf per es. Beato Pio IX: Enc. Quanta cura, 8 dicembre 1964; Enc. Respicientes ea, 1 novembre 1870), ma l’ha voluta porre sotto il patrocinio di Maria perché fosse purificata dalle esalazioni pestilenziali di quella che è stata la sua infetta matrice storica, il c. d. “risorgimento”. Il suo principale artefice, Giuseppe Garibaldi, non nascondeva a nessuno l’intento luciferino che lo animava: «Abbattere nella polvere quel tabernacolo di corruzione e menzogna che si chiama papato» (Garibaldi G., Scritti politici e militari…, p. 364).

A dimostrazione che Dio scrive dritto su righe storte, e che al di sopra dei pensieri e progetti dell’uomo, fosse anche il più potente ed intelligente, c’è il pensiero ed il progetto di Dio, il papato non è stato abbattuto né da Garibaldi, né dalle persecuzioni dei primi governi massonico-italiani. Anzi, in qualche modo è risultata accresciuta la vitalità soprannaturale del Vicario di Cristo, ed esteso il suo prestigio morale internazionale. Tanto più in orbe quanto meno in Urbe, oramai passata nelle mani sacrileghe degli usurpatori.

Si consideri l’atto di Benedetto XVI a fronte di quanto il beato Pio IX scriveva all’indomani della breccia di Porta Pia (20 settembre 1870): «Questa nefanda guerra [risorgimentale che portò all’unità d’Italia…] favorì dappertutto la diffusione ed il culto di ogni falsa dottrina, ovunque allentò le briglie delle passioni e dell’empietà» (Enc. Respicientes ea, o. c., in Tutte le encicliche…, pp. 341-342). Se oggi possiamo salvare in qualche misura l’effetto politico del risorgimento, l’unità d’Italia, dobbiamo però condannare decisamente l’effetto morale ad esso strettamente congiunto, ed intenzionalmente voluto dai suoi principali promotori: “Falsa dottrina, passioni, empietà, fine del papato”, ecc., la cui onda lunga giunge fino a noi con le proporzioni di un vero e proprio tsunami. Si consideri lo stato di degrado morale, religioso e anche civile dell’Italia, oggi, in confronto alle denuncie profetiche del beato Pio IX: tutto era in nuce in quella «guerra nefanda», che con ipocrita eufemismo ancor oggi vien detta “risorgimento”; sì, del paganesimo, commenta salacemente ma realisticamente qualcuno. Solo la Vergine Santissima può scogliere questo nodo perverso, solo Lei può purificare la nazione italiana dai mali che geneticamente l’ammorbano.

Il Santo Padre, nel discorso pronunciato in occasione del suddetto atto di consacrazione-affidamento, torna a parlare di un tema a lui molto caro, e che costituisce una sorta di leit motiv, in materia di dottrina sociale: “La legittima laicità dello stato”:

«A ragione l’Italia, celebrando i centocinquant’anni della sua unità politica, può essere orgogliosa della presenza e dell’azione della Chiesa. Essa non persegue privilegi né intende sostituirsi alle responsabilità delle istituzioni politiche; rispettosa della legittima laicità dello Stato, è attenta a sostenere i diritti fondamentali dell’uomo. Fra questi vi sono anzitutto le istanze etiche e quindi l’apertura alla trascendenza, che costituiscono valori previi a qualsiasi giurisdizione statale, in quanto iscritti nella natura stessa della persona umana» (Benedetto XVI, Roma, Santa Maria Maggiore, 26 maggio 2011).

In altri contesti, il Papa ha usato il termine sinonimo di “laicità sana”. Noi ci permettiamo di aggiungere, alla luce di quanto aggiunto e ben specificato da Benedetto XVI circa “l’apertura alla trascendenza” di detta laicità: quest’ultima o diventerà santa, o non sarà nemmeno sana. E perché la laicità diventi santa, dev’essere una laicità consacrata a Maria. Non è una contraddizione in termini, perché l’aggettivo “laico” si contrappone logicamente a “clericale”, non a consacrato simpliciter.

Il cardinal Giacomo Biffi ebbe a dire: “L’Europa o torna cristiana o diventerà mussulmana” (cf, Memorie di un italiano cardinale). Noi siamo perfettamente d’accordo con lui, e aggiungiamo che l’Europa per tornare cristiana deve diventare mariana, perché Cristo vuole regnare attraverso Maria, sull’Europa e sul mondo intero. E quando regnerà Maria, con un piede calpesterà la mezzaluna…, con l’altro schiaccerà la testa del serpente maligno e dei suoi multiformi e velenosissimi “baby snakes”.

Gli atti di questo Simposio sono un contributo a dimostrare l’appartenenza della consacra­zione mariana alla Tradizione vivente della Chiesa, a fugare le obiezioni che a tutt’oggi vi si oppongono, a promuo­verne la pratica a tutti i livelli della vita ecclesiale, per una nuova era della cristianità, nella luce della Donna vestita di sole. Non possiamo che mettere nelle mani di Lei gli auspicati frutti di questo nostro contributo, secondo le intenzione del Santo Padre, recentemente manifestate nella sua ispirata preghiera a Maria: «Sotto la protezione della “Mater unitatis” poniamo tutto il popolo italiano, perché il Signore gli conceda i doni inestimabili della pace e della fraternità e, quindi, dello sviluppo solidale. Aiuti le forze politiche a vivere anche l’anniversario dell’Unità come occasione per rinsaldare il vincolo nazionale e superare ogni pregiudi­ziale contrapposizione: le diverse e legittime sensibilità, esperienze e prospettive possano ricomporsi in un quadro più ampio per cercare insieme ciò che veramente giova al bene del Paese. L’esempio di Maria apra la via a una società più giusta, matura e responsabile, capace di riscoprire i valori profondi del cuore umano» (Roma, Santa Maria Maggiore, 26 maggio 2011).

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